Oggi ho fatto un’esperienza molto interessante che desidero condividere: ho fatto la traduttrice di me stessa.

Il tutto è partito dalla necessità di sviluppare per questo sito dei brevi testi per spiegare il nesso tra i miei servizi – editing, traduzione e correzione di bozze – e le foto che li illustrano. Mi sono resa conto, infatti, che a molte persone il legame tra un’immagine di me aggrappata ad una parete di roccia, oppure in bilico su un passo di montagna, potrebbe facilmente sfuggire… Eppure per me, che amo la montagna e trovo in essa una metafora per molte cose della vita, i paralleli tra la scalata, il valicare e la discesa ed il lavoro sui testi sono all’ordine del giorno.

Così ho cercato di delineare questi concetti, prima in italiano poi in inglese. Da lì è cominciato un avanti e indietro molto proficuo tra le due lingue, fatto di contaminazione reciproca, mediazione, e rifinitura. E’ stato un vero processo creativo a doppio senso, che ha portato al miglioramento dei testi in entrambe le lingue superando e eliminando la distinzione rigida tradizionale tra il passato e il futuro, il vecchio e il nuovo, il testo di partenza e quello di arrivo.

E’ stato un ‘gesto giano’, per dirla con la scrittrice Jhumpa Lahiri che ha fatto della traduzione e dell’autotraduzione l’argomento del suo ultimo libro Perché l’italiano? Storia di una metamorfosi (il riferimento è a Ianus, la divinità romana dei passaggi e delle porte), uno che ha implicato non solo un partire ma anche un ritornare.

Mi è capitato tante volte di chiedermi in quale lingua dovrei scrivere: in inglese, la mia lingua madre, oppure in italiano, la mia lingua di adozione. E l’incertezza della risposta ha spesso agito come blocco. Però dopo questa breve esperienza di autotraduzione mi sono resa conto che, alla fine, poco importa. Basta cominciare. Il resto lo fa il passaggio trasformativo tra una lingua e l’altra.