Sono di ritorno dal Salone Internazionale del Libro di Torino. Quanta energia positiva ho incamerato in questi tre giorni di fiera!

È stato entusiasmante vedere così tanta gente unirsi intorno ai libri: persone di ogni età e provenienza, spinte dalla stessa passione per la parola stampata in tutta la sua fisicità.

È stato emozionante trovare in prima fila non i grandi gruppi editoriali (situati, per lo più, nel padiglione più lontano dall’ingresso principale), bensì i nuovi editori indipendenti che faticano così tanto a trovare spazio e visibilità nelle nostre librerie.

È stato commuovente vedere gruppi di giovani seduti per terra non a scrollare il telefonino, ma a sfogliare un libro.

Non ha forse molto senso paragonare il Salone con le altre fiere del settore, perché ognuno ha la propria identità e la propria specificità. Tuttavia, ne ho girate in questi mesi di rinascita professionale come editor e traduttrice in inglese e italiano, e posso dire che quella di Torino è stata di grande lunga la fiera più bella e sentita. Forse la più democratica, anche.

Certo, è stata una fiera di respiro quasi esclusivamente nazionale (a dispetto del titolo), ma che ha avuto il grande merito di aver saputo mettere al centro il libro ed i libri. Gli addetti ai lavori – gli editori e gli autori – erano presenti, ovviamente. Ma erano presenti per incontrarsi con i loro lettori, il loro pubblico. Il quale ha risposto con grande partecipazione e convinzione.